La rabbia contro la macchina“, è così che suona letteralmente: Rage Against the Machine, una delle band più rappresentative degli anni ’90, nata a Los Angeles nel ’92.

Il gruppo contava quattro componenti: Zach de la Rocha (la voce del gruppo, nipote di rivoluzionari messicani, attivista e rapper con un dottorato in sociologia), Tom Morello (universalmente noto per essere uno dei migliori chitarristi della sua generazione e laureato ad Harvard), Tim Commerford (al basso) e Brad Wilk (alla batteria).

Il loro nome, sinonimo della loro essenza, era un manifesto musicale e politico di una band che non accettava compromessi. La loro musica, un misto tra rap e metal, aprì la strada per generi come rap metal, metal core e nu metal.

Nel periodo post-Reagan, a cavallo dell’elezione di Bill Clinton, i RATM furono essenzialmente l’antitesi del conformismo culturale e sociale dei primissimi anni ’90. I loro testi erano puntati alla forte denuncia nei confronti delle ingiustizie della società americana e alla ribellione al mainstream. Era musica per risvegliare coscienze e denunciare le criticità del sistema senza mezzi termini.

I Rage Against The Machine si prefissarono, alla loro nascita, l’obiettivo di dare fastidio ai poteri forti ed opprimenti con i loro suoni metallici e testi provocanti, facendo sì che la loro musica fosse un potente mezzo di impegno socio-politico. La loro era una presa di posizione contro l’indifferenza e l’apatia della società americana. Era un monito a non stare in silenzio e a non lasciarsi schiacciare dai sistemi di potere.

D’altronde la band si era da sempre dichiarata nettamente di sinistra, criticando le strategie economiche e diplomatiche degli Stati Uniti e prendendo parte attiva a proteste e manifestazioni. Esemplificativo di questo loro spirito è l’apparizione al festival Lollapalooza a Philadelphia nel luglio ’93. In quell’occasione i quattro rimasero in silenzio in piedi sul palco per diversi minuti, completamente nudi, portando solo del nastro adesivo sulla bocca e le lettere PMRC scritte sul petto, acronimo di un’associazione di censura, in segno di protesta.

Nel 1992 venne pubblicato il primo album omonimo. In copertina, una foto che vale assolutamente la pena riprendere: il sacrificio del monaco Thich Quang Duc del 1963, il quale si immolò in segno di protesta. L’album è stato il capolavoro della loro carriera musicale e sia Morello che de la Rocha affermano che costituiva la loro dichiarazione di guerra all’apatia. Qui sono diverse le canzoni che rappresentano le loro posizioni socio-politiche.

Freedom“, ad esempio, parla di Leonard Peltier, nativo americano ingiustamente accusato di aver sparato a due agenti di polizia americani, oppure “Know your enemy” con forte componente politica con significato antimilitarista e di denuncia nei confronti dell’autoritarismo del governo americano, ma anche “Killing in the name“, il brano più rappresentativo e di successo del gruppo. Uscì in una Los Angeles sconvolta dalle rivolte a South Central nate in seguito all’assoluzione di due poliziotti americani che uccisero un tassista afroamericano a colpi di manganelli. I Rage Against The Machine intendevano con questo brano attaccare la violenza ed il razzismo della polizia americana creando un parallelo con la vicenda di Frederick Douglass, politico abolizionista dell’Ottocento, nato schiavo e primo afroamericano alla candidatura come vicepresidente degli Stati Uniti d’America. Lui ottenne la libertà quando si oppose per la prima volta al potere del suo padrone. È proprio questo il significato del verso più forte della canzone: Fuck you I won’t do what you tell me, ripetuto ben 17 volte in 30 secondi.

Musica con contenuti sociali, o denuncia sociale attraverso la musica?

Gli obiettivi socio-politici dei Rage Against the Machine erano così alti che corrosero il gruppo dall’interno. Quando Zach si rese conto che la sua battaglia attivistica non era destinata al successo, decise addirittura di sciogliere la band.

Oggi ci sarebbe forse bisogno di un nuovo Zach de la Rocha per risvegliare le coscienze?

Altri brani assolutamente da non perdere sono “Vietnow”, “Wake up”, “Bullet in the head”, “Sleep now in the fire” e “Bulls on parade”.