Pink Floyd: tra alienazione e introspezione (pt.2)

In questo secondo disco di The Wall i Pink Floyd proseguono l’opera. Laddove il primo disco terminava con l’ultimazione del muro, il secondo analizza le conseguenze dell’isolamento di Pink.
Apre il disco Hey you, che rappresenta un vano tentativo di ristabilire un contatto, seppur minimo, con la realtà. Di fatto, è un grido d’aiuto rivolto a chiunque possa sentirlo (“Hey you, there beyond the wall / always breaking bottles in the hall / can you help me?”). Però nessuno risponde, nessuno può soccorrerlo. È a questo punto che Pink comincia a rendersi conto della sua condizione: ogni tentativo di salvezza gli è precluso, nessuno può raggiungerlo all’interno del muro.
In Is there anybody out there? viene definitivamente a maturarsi la certezza di essersi isolato. Pink capisce una volta per tutte di essere da solo dietro la barriera da lui innalzata.
Subito dopo essersi ritrovato a fronteggiare una verità tanto drammatica, in Nobody home il protagonista riflette sulla sua vita al di là del muro: un’esistenza segnata da nuove e nocive abitudini, piccole delusioni quotidiane, consumo eccessivo di droghe ed uno stato psico-fisico altalenante (“I’ve got the inevitable pinhole burns / all down the front of my favourite satin shirts. / I’ve got nicotine stains on my fingers, / I’ve got a silver spoon on chain”).

Poi, segue una piccola parentesi sulla guerra, Vera. Il brano fa riferimento alla cantante inglese Vera Lynn, che nelle sue canzoni esprimeva l’augurio di un sereno ritorno a casa. Dunque Pink – in cui si riversa l’esperienza personale di Waters – la interroga sul motivo per cui il padre non è mai tornato dalla guerra (Does anybody remember Vera Lynn? / Remember how she said that / We would meet again some sunny day / Vera, Vera / What has become of you?”).
Bring the boys back home esprime un momento di transizione. Il brano non si limita a criticare la guerra ma si presenta come un’esortazione a dare priorità assoluta agli affetti e alla dimensione umana (“ not letting that become such an important and ‘jolly boy’s game’ that it becomes more important than friends, wives, children, or other people”, come Roger Waters dichiarò alla BBC il giorno che uscì l’album).
Successivamente si ritorna alla narrazione principale con Comfortably numb, brano che immortala Pink mentre è in preda a un crollo psicologico che lo coglie prima di un concerto. Originariamente il brano si doveva chiamare The doctor, scelta scartata ma legittimata dal fatto che la traccia si configura come un dialogo con un dottore che, somministrando al protagonista un farmaco, lo induce in un “confortevole stato di torpore” (“I hear you’re feeling down / well I can ease you pain / get on your feet again. / Relax. / I’ll need some information first / just the basic facts / can you show me where it hurts?”).
Segue The show must go on, ovvero l’ultimo spiraglio di lucidità in cui il protagonista arriva a rendersi conto di essere il solo artefice dello stato in cui si trova. Tuttavia Pink è altrettanto conscio della sua incapacità di cambiare, sentendosi vincolato a continuare la strada che ha intrapreso, “lo spettacolo deve andare avanti”.
Subito dopo, con In the flesh il ritorno alla scena ritratta all’inizio del primo disco. Qui, per via della sofferenza emotiva, Pink si mette nei panni di un generale nazista che trasforma il suo dolore in un odio viscerale rivolto a tutto e tutti (“If I had my way / I’d have all of you shot!”).
Nella canzone seguente, Run like hell, il protagonista fugge freneticamente dal suo passato che inesorabilmente lo insegue per pareggiare i conti, riscuotere il prezzo delle sue azioni precedenti (“Feel the bile rising from your guilty past”).
Poi, in Waiting for the worms Pink si ferma e spera che tutto finisca: attende la quiete della morte, auspicando che i vermi lo consumino nella tomba, unico luogo dove potrà finalmente trovare riposo (“In perfect isolation behind my wall / waiting for the worms to come”).
Il brano successivo, Stop, è il più breve dell’album: dura appena 31 secondi. Rappresenta un singolo, brevissimo momento di lucidità, una piccolissima crepa nel muro grazie a cui Pink si rende conto di star impazzendo (“I wanna go home / but I’m waiting in this cell / because I have to know / have I been guilty all this time?”).

L’attimo di lucidità di Stop lascia subito il posto a The trial, brano decisivo in cui il protagonista si sottopone a un processo mentale la cui corte è composta di tutte le persone che nella sua vita hanno contribuito all’innalzamento del muro. Pink giunge alla rassegnata convinzione di essere colpevole, accettando un’inevitabile sentenza. Allora, ciascuno espone la sua accusa: la madre ne condanna la debolezza, l’insegnante l’atteggiamento ribelle, la moglie l’infedeltà. Infine, la sentenza è inesorabile: “Tear down the wall”.
Outside the wall rappresenta la conclusione della narrazione. Il brano è parlato, sostenuto da un coro di voci bianche e la stesa melodia ripresa nei primi secondi di In the flesh? nel primo disco, probabilmente per simboleggiare la ciclicità dell’opera. Il pezzo racconta il momento in cui Pink è tornato in contatto con il mondo esterno. La liberazione dal muro non è totale, ma la barriera si fa più friabile (“The ones who really love you / walk up and down outside the wall”).
E così si conclude la narrazione di The Wall, con Pink che finalmente, un passo per volta, riesce a liberarsi del muro.
In fondo, è probabile che ognuno possegga il proprio muro, un muro invisibile, taciuto agli altri. Anche Roger Waters possedeva il suo, tanto che ha lasciato una dichiarazione a Rolling Stone al riguardo: “Scende mattone dopo mattone. Crescere significa proprio questo, smantellare il proprio muro mattone dopo mattone e scoprire che quando lasciamo cadere le nostre difese, diventiamo più “amabili”. Non sto dicendo che il mio muro è completamente abbattuto, ma nel corso degli anni ho permesso ad esso di sgretolarsi e mi sono aperto alla possibilità di amare.”
E allora, vale la pena di seguire l’esempio di Waters?
Elisa Gazzoldi (in collaborazione con Federico Vacchi)




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