Una tristezza che balla

“Quello che gli artisti scrivono è connessione con qualcos’altro, con l’emozione, con la profondità; e ci vogliono togliere anche questo”.
Queste, le parole utilizzate in occasione di Non in mio nome nel luglio 2025. A pronunciarle è Alessandro Mannarino, noto semplicemente come Mannarino, cantautore italiano figlio dei rioni romani.
Nato nel 1979 nella borgata San Basilio, grazie al nonno si appassiona molto presto al teatro di Petrolini ed alla poesia di Trilussa. Laureato in antropologia, poco più che ventenne inizia la sua gavetta nei locali notturni del rione Monti, dividendosi tra DJ set e concerto acustico. Nel 2006 fonda La Kampina, sestetto folk che lo accompagna nella sua ascesa in notorietà all’interno della capitale come stornellatore impertinente e irriverente.
È del 2009 Il Bar della Rabbia, primo album in studio che ottiene riscontri positivi dalla critica.
Spesso associato a Vinicio Capossela, il suo stile strizza l’occhio a melodie post-folk popolare ed a ritmi riconducibili allo swing ed alla rumba gitana, e possiede la capacità di raccontare storie che caratterizzava anche Fabrizio de André.
Poesia e spunti di riflessione riempiono i testi di Mannarino che racconta storie guardando alle persone, alla sua città ed al mondo.

Ne Il Bar della Rabbia critica fortemente i prepotenti ed il fenomeno radical-snob raccontando le storie di personaggi borderline, outsider come riuniti tra le mura di una malfamata bettola. Qui si schiera dalla parte degli ultimi col piglio vissuto del ragazzo di strada e con le melodie che lo contraddistinguono.
Soprattutto in questo album Mannarino dipinge il menefreghismo della società nei confronti dei più bisognosi. Rappresentativa è la canzone Tevere Grand Hotel, che “fotografa” la vita nel maggiore centro rom di Roma. L’artista vuole mostrare le contraddizioni sociali, divise tra il comportamento sprezzante delle regole dei rom, che vivono fuori dagli schemi, e i benestanti, che li guardano quasi disgustati.

Poi, nel 2011 Mannarino torna con Supersantos, in cui si ritrovano storie strampalate e personaggi picareschi su melodie a metà tra ritmi gitani e giostre folk. Non manca certo l’ironia pungente che non risparmia nessuno: vescovi, politici, amanti che non sanno amare. In Supersantos l’artista racconta lo spazio alienante delle grandi città – a lui famigliare – in cui l’unica ancora di salvezza è l’amore.
In Marylou si racconta una storia, la storia di una donna che cerca aria, libertà da uno stile di vita che le andava stretto (“Una mattina ha preso la corriera / perché voleva andare alla città / che il padre con la zappa le rubava tutta la felicità.”), la storia di una donna disposta anche a prostituirsi per ottenerla.Nello spazio così grande della città metropolitana Marylou trova la libertà che cercava, e anzi diventa la massima elevazione della donna libera, che nessuno può mettere in gabbia, né gli uomini che si innamorano di lei, né le convenzioni sociali, né nessun altro.
La polemica sempre puntuale non si riduce nemmeno in questo album, come per esempio in L’era della Grand Publicité, dove il francesismo fa intuire fin dal titolo dove il testo andrà a colpire.

Nel 2014 Mannarino torna con Al Monte, in cui abbandona quasi del tutto il romanesco ed i ritmi gitani ma pur sempre conserva la vena politica e di protesta. Album della svolta, contiene una profonda riflessione alla ricerca di salvezza da quel malessere strisciante che prima o poi tocca tutti.
Rappresentativa è Scendi Giù, che vince nel 2015 il premio Amnesty International per la canzone che meglio parla di diritti umani. Infatti la canzone racconta una storia in cui “il detenuto ucciso a botte dai secondini diventa un fantasma che porta avanti la sua vendetta, una vendetta naif, una vendetta impossibile, solamente sognata”, come dichiarato da lui stesso durante la premiazione.Il brano, viaggio di vendetta immaginaria, vuole mettere a nudo un sistema che vuole opprimere, spezzare chiunque si ribelli (“E di un figlio che non riconosce il padre / faremo un morto che non può riconoscere l’omicida.”). Il messaggio che Mannarino sembra voler passare è che ciò che è sbagliato è l’approccio alla gestione dei detenuti. In più, attira subito l’attenzione la contraddizione dei secondini, che si trasformano in “mostri” solo in prigione: “Dove saranno i mostri della cella? / Sono appesi in un armadio su una stampella.”
A posteriori di un viaggio nel suo adorato Brasile, nel 2017 Mannarino torna ancora con Apriti Cielo, album da cui emerge “una tristezza che balla e che racchiude in sé la speranza di non essere più tristi”, senza ovviamente abbandonare mai la vena di denuncia sociale e politica.

In questo senso è rappresentativa la canzone Roma, in cui si denunciano le ingiustizie e le contraddizioni politiche della città: “con la tonaca e la spola / pe’ nasconde’ la pistola”. Nel brano viene anche colpita la scena internazionale, principalmente la politica statunitense: “Serve la bandiera / pe’ fa’ la guerra; / serve la bandiera / co’ le stelle”. In più, Mannarino critica anche il capitalismo, soprattutto quello petrolifero: “Su’n letto de’ battaglia / pe’ le Sette Sorelle / hanno violentato / la giovane ribelle”. Le Sette Sorelle sono appunto le sette maggiori compagnie petrolifere internazionali al mondo, mentre “la giovane ribelle” – con riferimento al caso Mattei – è l’Italia stessa. La canzone poi si chiude con un invito, l’invito a far sentire la propria voce davanti alle ingiustizie, ottenere i cambiamenti che i propri predecessori non hanno potuto: “Tu che rimani / strilla più forte”.

Ecco che poi nel 2021 Mannarino scrive V, il suo quinto ed ultimo album in studio. Con l’ultimo disco la ricerca del cantautore tende alla rottura con lo stile occidentale dominante, per metterne in crisi i dogmi di fronte ad una dimensione ancestrale di armonia dell’uomo con la natura. Continua a non perdersi lo spirito contestatore caratterizzante della sua produzione artistica fin dalle sue prime canzoni.
Infatti in Cantaré l’artista invita a farsi sentire. Non a caso il titolo significa canterò in spagnolo: Mannarino qui esorta a non abbassare mai la propria voce, specialmente di fronte a soprusi e ingiustizie, soprattutto perché “Quando una voce non si trattiene / fa male alle orecchie del padrone”. Le canzoni sono dipinte come un’ancora di salvezza nella vita, come un mezzo di liberazione dell’anima.
Insomma, Mannarino porta in alto temi socio-politici fondamentali, di cui alcuni spesso (e purtroppo) trascurati. L’artista romano di fatto invita le persone ad aprire gli occhi, a non smettere mai e poi mai di combattere per ciò che è giusto, a non smettere mai di ribellarsi ai soprusi dei potenti. E fa questo “scrivendo delle fotografie”, scrivendo canzoni che dipingano una scena e lascino la libertà di interpretarle.
E allora, mai come in questo momento, accogliere l’invito o lasciar correre?
Altri pezzi assolutamente da non perdere sono Osso di seppia, Maddalena, Malamor, La Frontiera e Paura, anche se sono caldamente consigliati tutti.




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