Pink Floyd: tra alienazione e introspezione (pt.1)

1979
In questo anno i Pink Floyd rilasciano un album destinato a cambiare la storia della musica:
The Wall. Ha avuto fin da subito un successo enorme: infatti in poco tempo è diventato l’album
più veduto negli Stati Uniti, annoverandosi anche tra i dischi doppi più ascoltati della storia.
Non solo, si è anche posizionato ottantasettesimo nella classifica stilata da Rolling Stone dei
500 migliori album.
Il disco nasce da una sensazione di alienazione tra la band e il pubblico percepita dal bassista
Roger Waters dopo che nel 1977, in un concerto a Montreal, sputò su un fan che lo stava
infastidendo durante l’esibizione tentando di oltrepassare le transenne. In seguito a
quell’episodio Waters si rese conto che fino a quel momento aveva percepito il pubblico non
tanto come un insieme di persone quanto più come una massa informe e indistinta. È da questa
sensazione che ha preso vita The Wall. Non a caso è proprio Waters l’autore di quasi tutte le
canzoni.
The Wall non è solo un album doppio ma una vera e propria narrazione completa in due dischi.
Il protagonista di questa narrazione è Pink, una rockstar. Ogni suo trauma rappresenta un
mattone con cui innalza “il muro” per via del quale si aliena dal resto dell’umanità nel corso
della sua esistenza.
Nel primo disco dunque si analizza ogni esperienza traumatica che ha portato Pink alla
costruzione del suo muro.
Quindi, il brano di apertura è In the flesh?. Qui, un Pink già adulto – e di conseguenza già
alienato – invita un pubblico metaforico a seguirlo a ritroso nella sua vita per comprendere che
cosa lo ha portato alla condizione di rockstar depressa ed emotivamente svuotata che si presenta
(“If you wanna find out what’s behind these cold eyes / you’ll just have to claw your way trough
this disguise”).
Segue The thin ice, inizio effettivo del flashback, tanto che nei primi secondi si sente un
neonato che piange: Pink. In questo brano si racconta appunto la nascita del protagonista e la
posa del primo mattone da parte di una madre iperprotettiva che da subito predispone il figlio
alla paura. In più, il “ghiaccio sottile” a cui si allude nel titolo è metafora della vita, che spesso
si dimostra solida solo in apparenza (“If you should go skating / on the thin ice of modern life[…] don’t be suprised when a crack in the ice / apprears beneath your feet. / You slip out you
depth and out your mind / with your fear flowing out behind you / as you claw the thin ice”).

Poi, tre brani talmente coesi che è come se creassero una canzone unica: Another brick in the wall pt.1, The happiest days of our lives, seguita dalla celeberrima Another brick in the wall pt.2. La prima fa riferimento alla morte del padre di Pink durante la Seconda Guerra Mondiale (“Daddy’s flown across the ocean / leaving just a memory / a snapshot in the family album”), evento che costituisce il secondo mattone. Ciò crea anche un parallelismo con la morte di Eric Fletcher Waters, padre del bassista della band. Gli altri due brani fanno invece riferimento allo stesso oggetto: l’esperienza scolastica di Pink. Non c’è da stupirsi che questo rappresenti il terzo mattone: in effetti il sistema scolastico inglese del periodo era oppressivo, era concessa la violenza di vario tipo nei confronti degli studenti (“When we grew up and we went to school / there were certain teahers that would / hurt the children in any way they could”, da The happiest days of our lives), ogni cosa che si discostasse appena dallo stereotipo o dall’aspettativa veniva mortificata e soffocata (“by pouring their derision / upon anything we did / and exposing every weakness”, sempre da The happiest days of our lives). Quindi, il coro di voci bianche che in Another brick in the wall pt.2 canta “We don’t need no education” non esprime il rifiuto generale all’educazione quanto più il rifiuto specifico al sistema oppressivo di cui sono vittime.
Subito dopo questa triade Mother presenta il quarto mattone. Il titolo è auto-esplicativo: il brano
spiega il rapporto tra Pink e sua madre, che diventa ancor più iperprotettiva in seguito alla
perdita del marito. La narrazione si svolge come un dialogo tra i due, dove la madre – convinta
di proteggerlo dal mondo esterno – in fondo non fa altro che aiutare il figlio a innalzare un
muro tanto alto da non lasciare scampo una volta rinchiusoci (“Mother, did it need to be so
high?”) e che lo vedrà completamente isolato a livello psico-emotivo alla fine del primo disco.
Continuando, Goodbye blue sky ricorda con toni malinconici i tempi antecedenti a quella
Seconda Guerra Mondiale che ha segnato nel profondo Pink così come il resto dell’umanità.
Metaforicamente il “cielo azzurro” rappresenta l’innocenza che l’esperienza del conflitto ha
portato via. Allo stesso modo il pensiero che in guerra tutti hanno combattuto “sotto lo stesso
cielo” – cielo che ha fatto loro promesse irrealizzabili – provoca in Pink vuoti incolmabili (“The
flames are all long gone but the pain lingers on”).
Subito dopo, Empty Spaces rappresenta la presa di coscienza definitiva della fine dell’amore tra
Pink e sua moglie, tossica nei suoi confronti ma da cui lui dipendeva a livello affettivo (“What
shall we use / to fill the empty spaces / where we used to talk?”). Anche se l’amore era già
morto alla fine di Mother, il protagonista si rende conto solo qui del vuoto interiore che ciò gli
ha lasciato. E di fatto è la moglie a costituire il quinto mattone.
Poi, Young Lust racconta di come Pink si rifugi nei rapporti carnali (“I need a dirty woman / I
need a dirty girl”) e nella fama per saziare il forte bisogno di contatto fisico e per riempire il
vuoto interiore. Però, queste distrazioni procurano un sollievo solo momentaneo, di brevissima
durata, alla fine del quale il protagonista ricade inesorabilmente in un circolo vizioso di
malessere senza fine.
E ancora, in One of my turns troviamo Pink in un profondo stato di sofferenza che culmina in
un raptus di rabbia che lo porta a devastare la stanza d’hotel dove si trovava con la “dirty girl” a
cui si fa cenno nella canzone precedente. Qui il protagonista si paragona alla lama di un rasoio
(“I feel cold as a razor blade”, in riferimento all’esplosione di rabbia cieca causata dal dolore),
a un laccio emostatico (“Tight as a torniquet”, per rappresentare le droghe a cui si abbandonerà
qualche brano dopo) e ad un tamburo funebre (“Dry as a funeral drum”, quasi come a
profetizzare la sua morte metaforicamente rappresentata dalla chiusura all’interno del muro).
Successivamente in Don’t leave me now Pink è come preso da pazzia e implora, forse la moglie
o forse la ragazza, di non abbandonarlo (“Oh babe, why are ya walking away?”). Immagina
inoltre la vergogna se i suoi amici lo vedessero in un tale stato di follia e si auto-convince di
“bastare a sé stesso”, spinto anche dalla paura di vedersi tradito, e questa volta dalle persone di
cui si fida.
Poi, in Another brick in he wall pt3 si delinea il sesto ed ultimo mattone che comporterà il
completamento del muro: le droghe. Se in Another brick in the wall pt.2 il sentimento di Pink
era espresso con “We don’t need no education”, ora si passa a “Don’t think I need anything at
all”. In sostanza, matura definitivamente la convinzione del protagonista di “stare bene da
solo”, di non aver bisogno – appunto – di niente e nessuno. Di conseguenza, Pink è convinto di
potersi chiudere al di là del muro.

Questo accade nell’ultimo brano del primo disco, Goodbye cruel world. Qui Pink si isola definitivamente nel suo muro, e nel ritirarsi è convinto e irremovibile: il “mondo crudele” non
potrà in alcun modo convincerlo a tornare indietro (“There is nothing you can say / to make me
change my mind”).
Così si chiude il primo disco di The Wall, che si è aperto in medias res e non è ancora tornato al
punto di partenza. Il flashback si chiuderà infatti solo nel secondo disco.
To be continued...
Elisa Gazzoldi (in collaborazione con Federico Vacchi)




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